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Venti del Nord | Campagna Narrativa Warhammer Fantasy

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VENTI DEL NORD
Campagna Narrativa di Warhammer Fantasy | Estate 2010
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Game Master: Francesco "Otto" Ottini | Narratore: Enrico "Ganzus" Fontanesi

CAPITOLO I
I lord nani erano soddisfatti. Secoli prima molte roccaforti erano state abbandonate e molti tesori erano andati perduti. La spedizione prometteva bene…  Karak Kamal era stata per lungo tempo una leggenda. Tramandata di generazione in generazione la sua storia era stata scritta su antichi tomi, ma nessun nano in vita aveva più varcato le sue porte. L’ultima spedizione tornata dal nord aveva parlato di un’immensa costruzione arroccata sulla catena montuosa nelle terre del Kislev.
I resoconti parlavano di una rocca affacciata sul mare degli artigli e la descrizione combaciava perfettamente con quanto riportato nei tomi sopravvissuti alle ere. Gli antichi testi riportavano anche descrizioni di vene minerarie ricchissime e tesori nascosti in antri segreti della fortezza.
Subito i Lord si erano attivati per organizzare la spedizione, ma subito erano emerse le difficoltà. Nonostante l’orgoglio tipico della loro razza si erano trovati costretti a chiedere aiuto ai vicini signori imperiali, soprattutto per quanto riguardava l’attraversamento del tempestoso Mare degli Artigli.  I conti imperiali avevano intavisto subito grandi possibilità di guadagno, in particolare il conte dell’Ostland aveva messo a disposizione un contingente di uomini e alcune navi della flotta per portare a termine la spedizione. Una grande festa era stata data per suggellare l’alleanza, fiumi di birra si erano prosciugati per solennizzare il reciproco aiuto in quella spedizione.
In alto mare, una nave delle dimensioni di una piccola isola era in caccia. Nelle sale reali il Tiranno versava sangue in onore del suo nefasto Dio. Un messaggero gli aveva portato la notizia che un contingente di nani e di umani si era messo per mare. Subito l’idea di nuovi schiavi da torturare aveva solleticato la sadica mente dell’elfo scuro e senza neppure bisogni di dare ordini la grande arca si era messa in caccia, incurante delle bianche vele che ormai da tempo lo seguivano a distanza.
Un pipistrello si era posato sulla sua spalla, foriero di buone novelle. I lupi ululavano tra le montagne e tutto sembrava volgere al meglio. Per secoli quelle montagne, la sua dimora, erano state percorse da sparuti gruppi di barbari e il vampiro aveva sofferto gli stenti dovuti alla carenza di vite da prendere, ma ora i suoi fidati servitori gli avevano sussurrato la presenza di un grosso contingente diretto proprio nei suoi domini. -- Poveri sciocchi - pensava il lord, - Venite in cerca di tesori e troverete solo più grande tra essi… la vita eterna al mio servizio-.
Il cavaliere sapeva di essere lontano dal reame, ma nulla lo avrebbe riportato a casa prima che la sua cerca fosse conclusa. La dama del lago era stata chiara nelle sue visioni. - Vai a nord, un grande pericolo ti si presenterà. Affrontalo quale il cavaliere che sei e poi torna da me per essere ricoperto di onori -.
Nelle profondità della terra la rete era in fermento. Migliaia di uomini topo correvano nelle gallerie. Il signore della guerra aveva alzato il vessillo del ratto cornuto e tutti gli skaven del nord si stavano radunando. Lo sciame era imponente, ma il capoguerra ben sapeva che alle prime difficoltà si sarebbe sciolto come neve al sole. Doveva colpire in fretta se voleva mantenere la sua posizione e doveva anche eliminare un paio di sui fidati comandanti. Si erano fatti troppo sfacciati ultimamente.

CAPITOLO II
Il viaggio era stato lungo, ma tutto era andato per il meglio. Una piccola baia dominata da un forte abbandonato era stata scelta come punto di sbarco. La struttura era stata utilizzata in passato per sorvegliare il golfo del mare degli artiglio, ma ora restava solamente lo scheletro di quelle possenti mura. I barbari che abitavano ora quelle terre erano un popolo nomade e non avevano avuto alcun interesse a mantenere le strutture esistenti.  Le truppe imperiali si erano messe subito all’opera per ristabilire le difese del forte, aiutate anche da alcuni provetti ingegneri nani. I cercatori sapevano che quel maniero era la loro unica  sicurezza per mantenere aperta la via di casa e per nessun motivo dovevano perderlo.
Dopo circa una settimana di lavori il contingente nano era partito alla volta di Karak Kamal, o almeno di quello che era sembrato essere l’antica fortezza, lasciando le truppe imperiali a presidiare il forte e la zona di attracco.
I carpentieri addetti ai lavori avevano trovato passaggi nei sotterranei del forte, per lo più erano buchi malamente scavati nella roccia, ma la cosa che li preoccupava maggiormente era l’impossibilità di esplorarli fino alla loro fine. Il Barone, dopo un attento sopralluogo, aveva decretato  che dovevano essere delle vie di fuga aperte frettolosamente dai precedenti occupanti e aveva dato ordine che fossero sigillate. Per puro scrupolo delle squadre di esploratori erano state inviate a scoprire dove conducessero quei passaggi, ma al momento di loro non si avevano notizie.
Dalla sua torre il Vampiro aveva osservato con interesse i nuovi venuti. Nelle segrete della magione le operazioni negromantiche si susseguivano e branchi di lupi sempre più grandi avevano iniziato a radunarsi nei pressi della residenza. Qualcosa aveva però attirato l’attenzione del lord. Ombre nere all’orizzonte, forme affusolate scivolavano silenziose sul mare in lontananza. Doveva la sua lunga vita alla prudenza. Da secoli non aveva più notizie dei suoi stolti fratelli che si erano insediati a sud, ma lui era diverso. Tutto doveva essere perfetto e solamente la certezza della vittoria gli avrebbe fatto rischiare la sicurezza guadagnata in quei posti. Radunati i suoi pipistrelli, i suoi cechi occhi, li aveva inviati ad indagare.
Lo scafo della nave aquila fendeva l’acqua ad una velocità impensabile per i comuni vascelli del vecchio mondo. Il principe aveva seguito i pirati Druchi fin sulle rive del continente ed ora, finalmente, poteva ripagare gli odiati cugini dei torti  e delle sofferenze che avevano inferto alla sua amata Ulthuan. Sapeva di non avere le forze necessarie per assaltare un’Arca Nera, anche svuotata di parte delle sue truppe, e per questo si era tenuto a distanza di sicurezza per tutto l’inseguimento, ma ora le cose erano cambiate. Un contingente era uscito dall’Arca e stava veleggiando verso il Mare dell’Artiglio e li lui avrebbe mietuto la sua vendetta.
La fede nella dama era incrollabile. Da alcuni mesi i cavalieri giravano per quelle montagne in cerca di un segno, ma a parte poche e sparute tribù di predoni, non avevano trovato traccia del minaccioso male che dovevano fermare. Neppure per un momento i loro cuori erano stati colti dal dubbio. La cerca doveva continuare.

CAPITOLO III
I venti soffiavano soffici nella foresta incantata, ma portavano anche note di sottili lamenti. Il sire della foresta poteva udire l’inquietudine degli spiriti, qualcosa stava accadendo al nord e lui doveva intervenire. Per secoli le valli che si affacciavano sul mare dell’artiglio avevano ospitato alberi dai tronchi contorti. Questi vetusti esseri avevano assistito al passaggio delle ere, ma ora quei fratelli millenari invocavano il suo aiuto. Un pensiero lo rendeva irrequieto, sarebbe arrivato in tempo per salvare quei guardiani silenziosi?
Invasori, deboli uomini del sud osano mettere piede sulle nostre terre”. Questo pensava il bruto mentre galoppava fra le rocce. Il cavallo, un mezzosangue delle montagne, schiumava dalla bocca mente si inerpicava sui ripidi sentieri, ma il barbaro doveva raggiungere la tribù in fretta. Il capo doveva sapere che quei flaccidi uomini dalle divise colorate stavano rimettendo in attività il forte e doveva anche sapere che con loro vi erano quegli abominevoli abitatori della montagna alti meno di una lancia. Stanco per la lunga cavalcata già pregustava gli onori che si sarebbe guadagnato durante le scorrerie che sarebbero venute.
Le gallerie fremevano di attività. Dagli antri più nascosti fuoriuscivano macchinari alimentati a pietra verde. Alcuni erano esplosi durante gli spostamenti portando con se dei fratelli di nidiata, ma questo poco importava al capomuta. Ci sarebbero state molte altre nidiate a sostituirli. Il messaggero entrò nel suo anfratto maleodorante e gli consegnò una missiva dei 13. Cosa mai potevano volere quei deboli tessitori di inganni, pensò il ratto, una volta che il nord sarà sotto il mio controllo mi guadagnerò il posto nel consiglio e guai a chi si opporrà.

CAPITOLO IV
Lunghi muggiti riempivano la fredda aria notturna. Gli uomini, nella presunta sicurezza delle mura appena restaurate, erano rabbrividiti al solo udirle. Molti di loro venivano da famiglie di contadini, ma mai avevano sentito gli animali delle stalle emettere urli così agghiaccianti.
Gli spiriti della Foresta delle Lame erano irrequieti, il sire poteva sentire il loro terrore. Qualcosa di nefasto stava calcando il sacro suolo e lui non sarebbe rimasto a guardare. Ancora molte miglia lo separavano dalla meta, ma sapeva di poter contare su un contingente leale e motivato.
Una faccia caprina era uscita dai cespugli, nelle corna erano rimasti incastrati i resti del sottobosco appena attraversato, ma lo sciamano sembrava non curarsene. Di fronte a lui si innalzavano le antiche rovine che da per lungo tempo aveva cercato. Finalmente avrebbe potuto impossessarsi di quegli  antichi segreti che la foresta non voleva rivelargli.
Il sentiero era stretto, poco più di una traccia scavata fra le rocce. Il lord Nano sapeva che l’ascesa non sarebbe stata facile e proprio non capiva perché il Barone gli avesse affibbiato quel manipolo di rammolliti. Umani, puah…. Gente di pianura poco abituata alle scalate, poco resistenti  e inadatti ai freddi venti che avrebbero trovato sulla cima. Poco male, non era affar suo se più della metà sarebbe morta scivolando in qualche crepaccio lui li aveva avvisati, ma a quanto pareva l’impero non si fidava della sua parola. Tutto era stato annotato, il libro dei rancori era la memoria storica del suo popolo e incise in caratteri di fuoco lui aveva vergato le rune indicanti la sfiducia di questi alleati verso la parola di un Lord.
Gli esploratori erano rientrati al tramonto. Avevano portato notizie di piste fresche tracciate da mandrie di animali. Il Barone era felice di queste informazioni, aveva temuto di dover sopravvivere in quelle lande desolate mangiando solo la carne salata portata con le navi, ma queste mandrie facevano ben sperare che nei giorni a venire si sarebbe potuto banchettare con cacciagione fresca.
I cavalieri avevano già udito quei muggiti. Bestie mutate dai poteri perniciosi. La cerca stava finalmente volgendo alla fine, presto le loro lance avrebbero ottenuto il sangue con cui placare la sete della Dama. Perché, allora, non riusciva a compiacersi dell’imminente pugna? Qualcosa nel profondo del suo spirito era turbato, un’ombra gli era apparsa in sogno indicandogli la via. L’ombra aveva danzato al riparo di un grande pino e dileguandosi aveva lasciato una mappa tracciata fra gli aghi caduti dal maestoso albero.
Il puzzo era diventato quasi insopportabile nelle gallerie, da quando gli emissari del clan pestilens si erano uniti alla muta una strana nebbia verde aveva cominciato a serpeggiare nei cunicoli secondari. Chissà quali intrugli stavano preparando quei preti, pensava il capomuta, chi aveva chiesto il loro aiuto. Guardando nella grande sala si era subito ricordato, uno dei suoi più fedeli attendenti faceva bella mostra di se dall’alto della picca su cui era stato impalato. Un ghigno apparve sulla faccia signore della nidiata. Imprudente, pensò, vero che era stata una mia idea, ma la sfacciataggine di consegnare il messaggio a quegli incensieri malefici era stata sua e per questo si era meritato la morte.
I fuochi scoppiettavano nell’accampamento. Da quando il nuovo capotribù era apparso dal nord strani venti sembravano soffiare ogni notte. Venti che mai avevano toccato quelle terre. L’esploratore parlò dall’esterno della tenda, perché a nessuno era consentito entrare nelle ore notturne. Espose quanto aveva visto circa i nuovi venuti e tutto quello che ottenne in risposta fu un grugnito che poco aveva di umano. La conversazione era finita, il barbaro poteva ritirarsi tra i suoi compagni a gustare un buon pezzo di carne al sangue.
Il principe aveva scelto uno stretto pennello di terra che si sviluppava verso il mare come posto dove sbarcare le truppe. Le snelle navi elfiche non avevano avuto problemi a evitare le rocce ed ora tutto era pronto per l’assalto. Mandò le navi aquila ad intercettare i rifornimenti druchi ed inviò in esplorazione la grande aquila. Migliaia di anni di vita gli avevano insegnato ad essere prudente, il tempo non gli mancava di certo.

CAPITOLO V
La situazione trovata al suo ritorno non gli piaceva. Cinque anni prima Kul-raz aveva sentito la chiamata ed era partito al comando di una piccola squadra verso le terre del nord. Molti dei suoi compagni erano morti, ma quelli che avevano fatto ritorno assieme a lui erano diventati guerrieri senza pari. La loro tribù ora li rifiutava. Il padre di Kul-raz non camminava più coi vivi, sconfitto in duello dal giovane (Nome generale Silvio). Il giovane barbaro conosceva la legge, se rivoleva il suo posto doveva guadagnarselo ed era proprio quello che aveva intenzione di fare. - (Nome generale Silvio) – urlo Kul in piedi di fronte alla sua teda – ti sfido all’antica prova. Tra un mese ci troveremo di fronte al sacro totem e chi avrà più teschi dominerà sulla tribù -. Senza neppure attendere la risposta il giovane eroe era risalito a cavallo e già stava guidando i suoi predoni verso nuove razie.
Al forte il Barone Ganzus aveva provveduto personalmente alla supervisione delle difese mentre il generale Kriegher si era occupato dell’addestramento delle truppe. I nani e la scorta imperiale erano in viaggio da ormai una settimana e ancora non si avevano notizie di ritrovamenti. In compenso i rapporti degli esploratori continuavano a riportare la presenza di numerosi branchi di lupi nelle vicinanze, ma non erano quelli a impensierire il nobile. Dalle torri erano state avvistate vele nere e ciò non faceva presagire nulla di buono. Meglio mandare un contingente a mettere in sicurezza anche la strada verso l’approdo. Le navi erano tornate a Norden, ma avevano l’ordine di portare rifornimenti periodici alla guarnigione e perderli avrebbe significato la fine per tutti loro.
L’essere era grasso, i suoi arti atrofizzati non gli permettevano di muoversi in autonomia, ma ciò che qualsiasi altra razza avrebbe visto come un handicap era invece motivo di venerazione per i discendenti degli antichi. Nulla si muoveva in quella flaccida figura, solamente dal roteare dei suoi occhi si capiva che ancora la vita scorreva nelle sue vene. Anni prima aveva portato le sue progeniture lontano da casa e ora una nuova visione tormentava le sue meditazioni. Il suo compito su Albione era terminato, era giunto il momento di seguire i venti della magia. La traccia era vicina, poteva quasi toccarla, ma qualcosa si intrometteva tra lui e la verità. L’anticò Slann spalancò gli occhi e gli bastò emettere un unico breve sibilo per trasmettere i nuovi ordini alle sue fidate guardie.

CAPITOLO VI
Priorità imperiale era mantenere il forte, ma il barone sapeva che per raggiungere l’obbiettivo occorreva posizionare una serie di guarnigioni attorno alla struttura. Kriegher si era incaricato della sicurezza della struttura, mentre le truppe di Ganzus avrebbero svolto ruoli di perlustrazione ed incursione. Il contingente del generale aveva il compito di intercettare eventuali assalitori, rallentarne l’avanzata ed avvertire il forte. Il barone Ganzus aveva mandato i suoi uomini a pattugliare la strada che portava agli approdi dove erano sbarcati una settimana prima. Neri stormi erano stati avvistati sulle colline vicino al mare e la cosa non piaceva a Ringhio, prete Sigmarita che, ispirato da una visione apparsagli in sogno, si era unito alle truppe del Barone Ganzus. Durante la notte le cose non erano migliorate. Un forte odore di putrefazione aveva cominciato a permeare l’aria, i cavalli erano quasi impazziti e gli uomini erano stati costretti a legarli nei recinti.
Il vampiro della stirpe dei Von Carstein doveva trovare un luogo dove insediarsi. Il suo signore l’aveva inviato al nord con una missione, ma se non voleva deludere il lord doveva trovare una dimora in quelle terre sconosciute. Sfogliando vecchi libri, al maniero, aveva trovato tracce di un antico fratello insediato nelle terre di Norsca, ma da secoli di lui non si sapeva più nulla. Gli schiavi non gli mancavano e i suoi pipistrelli gli avevano riportato la presenza di molti eserciti in marcia nella zona. Questo significava sicuramente tanta carne da riportare alla vita, ma al momento il problema maggiore era la debolezza provocata dal viaggio. Seppur forte sapeva di non avere la forza per sostenere scontri prolungati.
L’assalto era arrivato a mezzanotte. Un pallido sole era comparso all’orizzonte rischiarando le prime ore della giornata. Il prete aveva notato subito l’assenza di cadaveri sul campo, molte altre volte aveva assistito a questo fenomeno e la cosa non gli era mai piaciuta. Solo poche ore prima erano stati assaliti da un’orda di morti e ora neppure sembrava ci fosse stata una battaglia. Quel mago codardo proprio non gli piaceva.- Mai un uomo si sarebbe dovuto immischiare con la magia – pensava Ringhio – il loro salvatore si era affidato ad un martello e quello era quanto sarebbe dovuto bastare ad un uomo per vincere – Pira, così si faceva chiamare il mago ardente che il collegio aveva assegnato alla spedizione, si era tenuto in disparte per tutto lo scontro, lanciando quei suoi incanti sull’unità del comandante avversario. La sua incapacità era pari solo alla quantità di idromele che riusciva ad ingollare. Neppure un nemico era caduto sotto i colpi delle sue magie.
La decisione era ormai presa. Le truppe non morte, ormai prossime a sfondare le linee imperiali, erano state richiamate. Cuorescuro si era ritirato portandosi dietro molti più servitori di quanti ne aveva persi.
Orik Pugno di Ferro guidava il suo clan attraverso lo stretto sentiero montano. Il giorno prima i 3 lord nani avevano deciso di dividersi per aumentare le possibilità di ritrovare l’antica Karak Kamal. Giunto sull’altipiano non fu certo contento di ciò che gli si presentò. I corni risuonavano nell’aria e i suoi nani stavano formando velocemente i ranghi per l’imminente battaglia. Di fronte a loro un branco di uomini bestia avanzavano minacciosamente.
Un forte muggito riempì l’aria, un urlo talmente potente da eguagliare il boato di un grande cannone imperiale,  un velo rosso calò sugli occhi del grosso minotauro. Come sempre accadeva prima della battaglia la furia pervadeva Taurox e l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il sangue del nemico che colava dalla sua ascia. Poche ore dopo tutto era finito. Ferito più nell’orgoglio che nel possente fisico Taurox aveva trascinato via i resti della sua avanguardia sconfitta. Proprio non capiva come quel piccolo essere peloso avesse potuto resistere ai suoi colpi. Mai prima di allora qualcuno era rimasto in piedi dopo una sua carica, la sua furia si era infranta contro l’invisibile barriera  che proteggeva il nemico, tutti i suo colpi erano stati deviati all’ultimo momento, e il bozzolo aveva avuto anche l’ardire di disarmarlo con  un  unico poderoso colpo.
Orik ringraziò silenziosamente i suoi forgiarune. Pochi guerrieri potevano tenergli testa, ma sicuramente il grosso mostro lo avrebbe sopraffatto se non fosse stato per il suo scudo e la sua ascia. L’altopiano era conquistato e sembrava un buon punto in cui stabilire un campo baso.
Lord Hildebrand aveva visto il fumo e pensando di essere finalmente giunto alla fine della sua cerca aveva innalzato i vessilli di guerra. Troppo giovane per capire che una buona esplorazione preventiva poteva fare la differenza tra la vittoria e il massacro, lo Spiro di Fuoco, aveva guidato i suoi cavalieri alla carica.
Gli ordini erano semplici e precisi. Richter Krieger era stato chiaro. Nessuno deve oltrepassare quelle case diroccate e così aveva fatto la guarnigione. I difensori avevano fortificato alcuni punti satellite attorno al forte e proprio contro uno di questi si era infranto, come un’onda sugli scogli, l’assalto del Bretoniano.
Troppo tardi Hildebrand aveva capito l’errore. La carica era stata richiamata, ma ormai molti dei suoi erano morti. Ora doveva pensare come proseguire la sua cerca. Sapeva che con l’impero avrebbe potuto stringere un’alleanza, ma chi erano questi uomini? Amici? Nemici? Per quale motivo occupavano un forte in terra barbara? Tutte queste domande lo angustiavano e pregava che la dama gli portasse consiglio.
A Gotri Barbadiferro era stata affidata la costa. Spesso i loro antenati avevano creato ingressi sul mare che portavano, tramite gallerie scavate nelle montagne, alle roccaforti. Il Lord non s’illudeva di trovare facilmente l’accesso. Conosceva il suo popolo e sapeva che i loro ingegneri non avrebbero costruito grandi cancelli dorati come quegli sciapi umani. Ben sapeva che la miglior difesa era la segretezza e anche l’eventuale portale sarebbe apparso, ad occhi inesperti, come una normalissima parete rocciosa. I suoi esploratori erano tornati all’alba portando notizie tutt’altro che rassicuranti. Nessuna traccia del portale, ma truppe elfe erano state avvistate sulla costa sottostante.
Ariel pregustava già la battaglia. Nani, puah, esseri tozzi e rozzi. Non davano alcuna soddisfazione quando venivano torturati, troppo stupidamente orgogliosi per emettere anche un solo gemito, Ma erano ottimi come schiavi. Resistenti al lavoro e alle frustate. I suoi uomini erano già sbarcati, ma lui non aveva ancora finito i riti propiziatori in onore del sangue, poco male, li avrebbe guidati il suo secondo.
La battaglia era finita, l’avanguardia dei nani inviati ad intercettare gli incursori elfi era stata sbaragliata. Un duro colpo per Lord Gotri ed un nuovo paragrafo marcato a fuoco sul suo libro dei rancori. Quei maledetti carnefici avevano preso le sue truppe a tradimento e senza alcun senso dell’onore avevano massacrato un’intera squadra dei suoi guerrieri.
Le truppe imperiali di stanza nelle fortificazioni erano inquiete. Dopo l’assalto dei bretoniani una quiete irreale era scesa sul campo. L’unico suono che si udiva era il frusciare del vento tra i radi alberi che crescevano sui pendii. L’ordine era sempre il medesimo, mantenere la posizione. Al sergente non piaceva la calma che si era creata. Una cappa di immobilità tangibile aveva permeato la vicina foresta. Il mago sentiva un soffio diverso nei venti della magia, un odore guasto,  stantio, qualcosa di rancido aveva corrotto la brezza che era stato abituato a riconoscere nell’accademia di Altdoorf. Chiamando attorno a se le grandi spade si era recato nella torre utilizzata come punto d’avvistamento e li sperava di capire cosa li stava minacciando.
Un sottile lungo squittio aveva spezzato l’aria e subito ne erano seguiti altri, molti altri, troppi altri. Come un fiume in piena gli skaven si erano riversati dal sottosuolo nell’accampamento imperiale. Il capomuta aveva guidato i suoi ratti attraverso tunnel sconosciuti agli umani e li aveva fatti uscire a ridosso delle linne difensive costruite dalle cose rosa. Ben presto la battaglia aveva raggiunto tutto l’accampamento e l’unico punto che sembrava reggere l’impatto era l’alta torre difesa dalle grandi spade.
Come erano arrivati così erano scomparsi, il campo di battaglia era cosparso di morti, solamente le grandi spade e i cavalieri avevano retto l’urto della marea skaven. La battaglia era vinta, ma molti addetti ai pezzi d’artiglieria erano periti sotto l’assalto degli uomini topo. Il barone e il Generale dovevano essere informati. Quell’avamposto non avrebbe retto un nuovo assalto.

CAPITOLO VII
La fame era insaziabile, un morso atavico aveva costretto la tribù ad allontanarsi dalle proprie terre. Il Tiranno sapeva che riavvicinarsi alla grande divoratrice avrebbe significato la fine per tutti. File di denti che si stendevano a perdita d’occhio, come resistere al suo richiamo? Molti suoi compagni d’arme avevano ceduto alla tentazione e si erano abbandonati all’abbraccio dell’immenso stomaco. Il suo popolo l’aveva chiamata “Grande Mandibola”. Sicuramente l’essere arrivato dal cielo era ciò da cui tutto aveva avuto origine e a cui tutto sarebbe tornato, ma non era questo il suo momento. L’ogre non era pronto a lanciarsi nel suo caldo e confortevole abbraccio, doveva assaggiare ancora troppe cose, tuttavia avrebbe pagato il suo tributo. Quei monti brulicavano di carcasse da sacrificare e poco importava al tiranno che molte di queste non fossero ancora carcasse. Una soluzione si trovava sempre…

CAPITOLO VIII
Orik aveva visto le vele nere avvicinarsi alla costa e la cosa non gli piaceva. Sapeva che in quel tratto di terra stava effettuando le sue ricerche Gotri, ma sapeva anche che il grosso del contingente di Barbadiferro era rimasto al forte per terminare i lavori di recupero delle difese. Pugno di ferro non aveva perso tempo, lasciato un contingente a presidiare l’altopiano appena conquistato aveva spinto i suoi nani migliori ad una marcia forzata per raggiungere i fratelli in pericolo.
Il comandante Druchi pregustava già il massacro. Quegli insignificanti nani non avevano retto neppure il primo impatto ed ora erano in fuga. – bene – pensava – un po’ di caccia alla lepre servirà a tenere alto il morale dei carnefici.
Gotri aveva trovato rifugio in un villaggio abbandonato e pensava già al peggio quando i suoi esploratori gli avevano comunicato l’arrivo di una colonna di fratelli. Unendo le sue forze con quelle di Orik era riuscito ad riorganizzare la difesa, prendendo l’avanguardia druchi di sorpresa.
I carnefici si erano lanciati all’inseguimento dimenticando quasi la disciplina marziale cui erano stati addestrati e proprio questo li aveva portati alla disfatta. Erano calati sul villaggio pensando di trovare il nemico spaventato e in fuga, ma, con loro sorpresa, si erano scontrati con ranghi disciplinati di nani schierati in assetto da battaglia. Sull’onda della precedente vittoria si erano lanciati sulle nuove prede, ma la mancanza di pianificazione aveva fatto subito sentire il suo peso.
Lo schieramento era compatto, i compagni in fuga si erano radunati attorno ai nuovi arrivati e assieme avevano respinto gli inseguitori.
Ringhio aveva udito i rumori di una battaglia nelle vicinanze, ma capire da dove arrivassero era un’impresa ardua all’interno di quelle gole. Pira li aveva condotti attraverso una foresta che sbucava a ridosso di un villaggio e lì, nell’oscurità, avevano avvistato le truppe schierate. Una sottile nebbia era scesa sul campo di battaglia, ma tanto bastava per rendere impossibile il riconoscimento di quelle schiere. Ringhio aveva condotto cautamente la sua unità attraverso il villaggio dando ordine alle staffette di lanciare colpi di avvertimento. Pira, sull’altro lato dell’insediamento aveva lanciato i suoi uomini alla carica.
Nuove ombre oscure erano apparse al limite del campo visivo, era impossibile capire che simboli svettassero sugli stendardi, ma non sembravano avere intenzioni amichevoli. Il buon vecchio cannone aveva sparato una salva in aria di ammonimento. Fiamme magiche avevano bruciato alcuni fratelli fucilieri ed a quel punto l’ingegnere, aveva dato l’ordine di abbassare il tiro ad alzo zero.
Solamente quando gli eserciti si erano scontrati in corpo a corpo i soldati avevano riconosciuto gli emblemi degli alleati, ma non essendoci, nelle vicinanze, i comandanti a fermare l’assalto, la battaglia era iniziata. Le prime linee erano state falciate, ma fortunatamente, evitando la possibile tragedia, le unità dei generali si erano trovate faccia a faccia ed avevano fermato lo scontro.
Nella tenda la tensione era palpabile. Orik e Gotri inveivano parole di fuoco minacciando il prete con una penna appoggiata sul libro dei rancori. Il sigmarita aveva posto ripetutamente le sue scuse, ma sembrava che l’ottusità di quel popolo basso non avesse fine. In un angolo Pira osservava la scena con occhi incuranti,  distanti, quasi non considerasse l’accaduto degno di alcuna nota. 

CAPITOLO IX
Il sire aveva raggiunto la foresta nata nella culla dei fiumi spirit e markit. In quel luogo gli spiriti erano più inquieti e li Sil-Galandir sapeva che avrebbe trovato le prime risposte. In più punti la vegetazione era stata divelta, il soffice sottobosco aveva sofferto il passaggio di soffriva zoccoli troppo duri e i segni dei fuochi avevano deturpavano le sporadiche radure che costellavano la foresta.
Taurox sfogava la sua rabbia su tutto quello che incontrava. Nella sua furia aveva già sventrato  quattro alberi e svariati cespugli, ma non dava la stessa soddisfazione dell'aprire in due un nemico urlante. Presto si sarebbe rifatto della sconfitta subita.
Gli esploratori non avevano avuto difficoltà a trovare le tracce. Presto i cacciatori, guidati dall'arcimago, avrebbero stretto la morsa ed eliminato quelle bestie dalla sacra foresta. Le cose sembravano andare per il meglio, ogni freccia aveva raggiunto il suo bersaglio e i profanatori cadevano sotto la pioggia di proiettili elfici.
La furia primordiale aveva colto le bestie. La loro vista era velata da una cortina rossa e la parola dolore non aveva alcun  significato in quel momento. Il branco si era fatto avanti incurante dei compagni che cadevano sul terreno. Presto la distanza tra i due contingenti si era ridotta ad un braccio e a quel punto il massacro era iniziato.
Troppe volte l'arcimago aveva assistito al risveglio delle bestie e sapeva che nulla le avrebbe fermate se non la morte. I suoi uomini non erano in grado di arrestare quella marea e quindi, con lo spirito colmo di dolore, aveva chiamato la ritirata.
Per Erysel Von Angust era giunto il tempo di agire. A lungo aveva alimentato le sue truppe con gli scarsi uomini del nord, ma ora, con l'arrivo dei nuovi contingenti,aveva intravisto la possibilità di creare un'armata degna di un lord dei tempi antichi.
La battaglia era stata vinta, gli essere in verde erano stati sbaragliati e taurox aveva iniziato a placare la sua ira. Qualcosa di sinistro stava però accadendo. Un vento gelido aveva iniziato a soffiare, ululati riempivano la notte e i morti avevano iniziato a rialzarsi. Prima in modo scomposto poi sempre più ordinati, come se fossero dominati da una volontà superiori.
Le bestie sarebbero state un valido supporto al suo esercito, grossi e dalla mente semplice, molto più facili da dominare. Restava solo ll problema di ucciderli, le arti negromanti avrebbero fatto il resto.
Ma il lord non aveva fatto i conti con l'intelligenza primordiale del branco. Che fossero vivi o morti non Importava, per taurox ogni schiera che avesse l'ardire di sfidarlo era da considerare come un nemico da abbattere. La riorganizzazione non aveva richiesto più di un battito di ciglia, l'orda si era lanciata sugli elfi che si stavano risvegliando dalla morte e prima ancora che l'evocazione fosse terminata il vampiro era in fuga.
Ner'zul era in cerca di teschi. Doveva vincere la sfida e per farlo avrebbe dovuto uccidere il maggior numero di nemici possibile. I suoi esploratori gli avevano riportato la presenza di un gruppo di elfi in fuga al di la della collina. Non erano certo un obbiettivo degno del suo valore, ma era sempre teschi da cogliere e così diede l'ordine di lanciarsi al loro inseguimento.
Il sire stava radunando le schiere ai margini della foresta. Lo scontro con le bestie aveva lasciato i suoi elfi disorientati, ma nuovi nemici si stavano già radunando all'orizzonte. Predoni del caos avevano appena varcato la collina.
Ner'zul confidava in una facile vittoria, ma non aveva fatto i conti con gli spiriti della foresta. Solo nel nord più profondo aveva incontrato essere così coriacei. Lo scontro si era risolto al primo assalto. Visto lo stallo le truppe si erano ritirate lasciando i 2 campioni al loro duello. Lo stallo era stato rotto dal mago elfo che, attingendo la forza dai venti della magia, era riuscito a prevalere sul caotico mettendolo in fuga.

CAPITOLO X
Erano sbucati dall'acqua nella notte e la mattina avevano invaso la spiaggia. Centinaia di esseri blu avanzavano dove prima dominavano granchi e conchiglie. L'avamposto era pronto a ricevere un assalto dal mare, ma non così improvviso. Solamente uno dei potenti cannoni era rivolto verso gli attaccanti, gli altri erano orientati verso la strada che portava al castello. Il capitano aveva radunato i suoi uomini e puntava a difendere il borgo sfruttando le costruzioni per coprirsi i fianchi.
Il sauro capoprogenitura era ricoperto dalle alghe, grosse gocce d'acqua di mare gli scorrevano fra le scaglie mentre guadagnava la riva. Per una settimana aveva spinto i suoi fratelli in una marcia sul fondo del mare, fermandosi solo poche ore per riposare e mangiando quello che riuscivano a catturare durante il cammino. Ora finalmente avevano raggiunto la meta. Il suo signore, lord (nome personaggio marco) attendeva al sicuro a un miglio dal fiordo e suo era il compito di guadagnare un avamposto sicuro dove insediarsi.
La carica era iniziata. Quegli esseri dall'aspetto di rettile avanzavano in ranghi serrati e questo aveva messo in allerta il capitano imperiale. L'errore peggiore che poteva fare sarebbe stato sottovalutarli, Si muovevano come guerrieri esperti e disciplinati. In gioventù Aveva letto racconti di esploratori tornati dal nuovo continente. Parlavano di essere grossi e robusti con la pelle che a scaglie che competeva con le migliori armature imperiali.  Mai avrebbe pensato di dover affrontare realmente quelle creature mitologiche.
Il sauro si era subito reso conto della posizione di svantaggio da cui partiva, ma non aveva scelta, l'antico aspettava e non era sua intenzione deluderlo. Costretti al combattimento in vie troppo strette i suo fratelli non riuscivano sfruttare a pieno la loro forza, mentre quei piccoli e glabbri esseri rosa si ammassavano uno sull'altro per creare un muro invalicabile di punte.
Le lucertole erano in fuga, la battaglia era vinta, ma il morale era a terra. Solo la presenza di Ringhio aveva tenuto salde le truppe, ma la prossima volta cosa sarebbe salito dal mare?

CAPITOLO XI
Gli schieramenti non si erano ancora delineati e la ricerca dell’antica roccaforte non aveva ancora portato i frutti sperati. Molte forze erano confluite in quei territori e ognuno cercava di raggiungere i propri scopi.
La guarnigione imperiale mandata a presidiare la costa si era ricongiunta col contingente di Gotrik Barbadiferro. Il porto era stato messo in sicurezza dopo l’assalto degli essere saliti dal mare, ma strane ombre si aggiravano nelle vicine foreste.
La torre di guardia emanava un sottile richiamo, più simile ad un soffio che ad un suono. Solamente chi si era istruito nel percepire i venti della magia poteva riconoscerlo. Già altre volte, Il sire silvano, aveva udito quel lamento e mai ne erano seguiti eventi piacevoli.
La strega del tiranno aveva guidato il contingente di elfi dritto verso quel suono con la promessa di immensi poteri, ma soprattutto con la prospettiva di nuovi schiavi da torturare.
Agili e silenziosi come solo loro sapevano essere i silvani erano scivolati fuori dal bosco con l’intento di eliminare quell’empia costruzione.
I difensori del borgo si erano subito allarmati alla vista degli invasoperi  e subito i ranghi si erano serrati per difendere la postazione.
Vista l’impossibilità di guadagnare una testa di ponte nei pressi del borgo, lo Slann aveva ordinato ai suoi figli di spostare l’assalto lontano dai moli. Aveva percepito la presenza degli antichi nemici, ma mai avrebbe pensato di poter vendicare così facilmente alcuni antichi torti. La colonna dei nemici era in marcia, diretta all’assalto del borgo tenuto dagli umani e non si aspettava sicuramente un assalto dal mare. I sauri erano usciti dalle acque formando subito le unità per l’assalto, e senza dare alcuna possibilità agli scuri li avevano assaltati sul fianco.
Le razie al borgo dovevano aspettare, un imprevisto era emerso dal mare e meritava l’attenzione di tutta la sua avanguardia. Disciplinati come solo secoli di addestramento gli avevano insegnato ad essere, i carnefici si erano riorganizzati e messi in posizione per reggere l’urto della carica. Il tiranno sapeva di non essere in una posizione di vantaggio, la cosa migliore che poteva fare era limitare le perdite e cercare di ripiegare verso un luogo più sicuro.
Le macchine da guerra dei nani avevano iniziato a martellare la vecchia torre non appena era giunta la notizia che alcuni elfi vi si erano introdotti. Non era pensabile lasciare una tale postazione nelle mani del nemico. Sicuramente ne avrebbero sentito la mancanza negli scontri futuri, me era sicuramente meglio abbatterla piuttosto che perderne il controllo.
Il sole si stava abbassando e sul campo di battaglia restavano solo macerie e cadaveri. L’alleanza aveva mantenuto il controllo del borgo, ma la torre di guardia era persa. Un cumulo di macerie fumanti si trovava dove, solamente il giorno prima, si ergeva orgoglioso l’alto edificio.
L’aquila aveva compiuto la missione. Sulla sommità della torre aveva trovato quello strano campanellino e l’aveva riportato al suo sire. L’oggetto era privo del batacchio, ma una sensazione di inquietudine riempiva chiunque lo vedesse oscillare.
Finalmente sulla terraferma. Le truppe dello Slann avevano iniziato subito la fortificazione dell’acquitrinio sulla costa. Avevano vinto il primo scontro con gli odiati Elfi Oscuri, ma sapevano pene che quello non era un nemico da sottovalutare.

CAPITOLO XII
Molte truppe si erano radunate nella zona. I messaggeri riportavano racconti di draghi che avevano cominciato a seminare morte sul territorio, le mandrie di uomini bestia si erano fatte sempre pił numerose e sempre pił arroganti. I barbari erano in fermento, guidati da Condottieri ricoperti da imponenti armature, non si fermavano di fronte a nulla. Dal mare era uscita una progenie che il vecchio mondo non vedeva da secoli. Raziatori erano arrivati trasportati dai loro neri scafi e ora insidiavano gli insediamenti umani. I valorosi cavalieri della cerca si erano dati alla caccia delle bestie che fuoriuscivano dalla foresta. Lieti di tutti questi scontri i lord vampiri continuavano ad ingrassare le proprie fila, preparandosi a quanto sarebbe arrivato.

CAPITOLO XIII
Quel liquido dorato proprio gli piaceva e sembrava alzare il morale delle truppe. Il capomuta ne aveva scoperti alcuni barili nelle grotte sotto l’edificio dei senza peli e subito ne aveva apprezzato le qualità. L’orda era pronta, sapeva che doveva essere un’azione veloce e per questo aveva fatto scavare alcune gallerie secondarie da cui portare attacchi di supporto.
L’edificio sembrava abbandonato, un ottimo posto dove stabilire un avamposto. Il padrone aveva cominciato a dispiegare le truppe per prendere posizione nei luoghi chiave quando sinistri rumori avevano pervaso l’aria. Alcuni forti boati avevano messo in allerta gli occupanti, dal rumore sembrava che l’insediamento stesse franando su se stesso, ma nessun segno di cedimento o di crollo era visibile sugli edifici. Le ore successive erano state un susseguirsi di assalti. Strani esseri ricoperti di peli avevano iniziato a sciamare fuori dagli edifici assaltando i suoi elfi da tutte le parti. LA situazione era parsa subito disperata. Impreparati e colti di sorpresa non avevano possibilità di ribaltare le sorti dello scontro. L’unica cosa da fare era limitare le perdite e individuare un colpevole da consegnare al tiranno.
Dal suo buco di comando il capoclan seguiva la battaglia grazie ai resoconti delle staffette. Le cose sembravano volgere al meglio e il grasso topo brindava abbondantemente alla vittoria che sarebbe arrivata. Finalmente una staffetta gli aveva portato la notizia che gli avversari erano in rotta. Ora doveva agire velocemente. Era corso nei tunnel sulle sue gambette rese malferme dalla quantità di birra ingollata e subito aveva dato ordine agli ingegneri di smontare e trasferire nelle grotte i macchinari necessari alla produzione del liquido ambrato.
La collina sacra era sotto assedio. Le forze dei rettili erano in netta superiorità, ma gli spiriti della foresta non si sarebbero arresi facilmente. Incrollabili nella loro fede avevano combattuto fino alla fine, ma il sire capiva che non vi erano possibilità.
Il grosso slan era salito sulla collina trasportato sulla sua portantina. Sentiva scorrergli tra le dita palmate il potere che scaturiva da quel luogo e proprio li aveva deciso di iniziare ad innalzare una zigurat. Gli scinchi si erano subito lanciati in caccia per raccogliere viveri necessari al sostentamento delle truppe, mentre i sauri mettevano in sicurezza il luogo.
I venti della magia avevano iniziato a soffiare più forti. Qualcosa stava cambiando, uno strano potere aveva iniziato ad accumularsi in quei territori. I morti delle molte battaglie combattute avevano attirato lo sguardo degli dei del caos e questo era stato sufficiente ad aprire una spaccatura tra il mondo reale e il warp. Una piccola orda di demoni era riuscita ad uscire prima che la realtà richiudesse lo scompenso.
Lo sciamano era stato uno dei primi a sentire lo scompenso e aveva subito condotto la tribù in quella direzione. Sapeva che il nemico era pericoloso, ma sapeva anche che una volta sconfitto l’avrebbe potuto utilizzare come un potente alleato. Tuttavia lo scontro non era andato secondo i suoi piani. I demoni erano molto più numerosi di quanto si aspettava e i suoi fratelli bestiali non erano abituati ad affrontare creature ultraterrene. Non c’era sangue da spargere e neppure c’erano carni da straziare. Tutto questo non era piaciuto ai all’orda ed in particolare i minotauri avevano minacciato di abbandonare la tribù.
Il  principe demone bramava sangue. Era stato il primo ad uscire la spaccatura ed era deciso a non farsi ricacciare facilmente nel warp questa volta. Ricordava ancora la sua precedente venuta. Aveva seminato sangue e distruzione finchè quel maledetto elfo non lo aveva ricacciato indietro. Questa volta sarebbe stata diversa. Questa volta sarebbe stato lui a eliminare l’elfo e tutta la sua genia.

 

CAPITOLO XIV
L’entità stava prendendo forma. Il senso di disagio era aumentato in tutti gli esseri viventi della regione . Per anni aveva lavorato nel buio per portare la rovina sugli odiati fratelli e ora le pedine erano al loro posto. Il servitore si era comportato bene, l’avrebbe ricompensato con una morte veloce. Troppo tardi gli dei del caos avevano scoperto i suoi piani e solo ora si erano decisi a mandare le loro forze migliori, ma era troppo tardi. L’essenza stessa del caos era scesa su Norsca e nulla l’avrebbe fermata.

Il sogno era carico d’odio come tutti gli altri, ma in fondo vi si leggeva un senso di soddisfazione. Era sceso nelle segrete e aveva torturato col fuoco alcuni prigionieri per placare il proprio spirito e poi era tornato alle sue normali occupazioni. Nessuno l’avrebbe scoperto fino al momento della rivelazione e a quel punto i giochi si sarebbero compiuti.

Lo Slann tremava sul suo palanchino, il pensiero di essere arrivato troppo tardi lo tormentava, ma non tutto era ancora perso. Doveva trovare il prescelto e impedire l’avverarsi delle profezie.

Il sire aveva percepito il pericolo ma non era riuscito ad identificarlo fino a quel momento. Anziano di secoli si era fatto fuorviare come un novizio dai falsi segni che gli si erano presentati. Solo ora, di fronte a quell’antico albero, aveva ricordato gli insegnamenti degli anziani e solo ora si era accorto di non aver più tempo. Doveva trovare l’araldo e doveva farlo in fretta prima che la piaga trovasse il modo di scatenarsi nel mondo.

Al tiranno piaceva quella sensazione, odio e violenza misti ad un bisogno di vendetta che mai prima d’ora era riuscito a provare. I suoi più primitivi istinti erano stati stimolati ed ora nessuno poteva fermare la sua sete.

Morte e dopo la morte nuova vita, ma non tutte le morti erano uguali. L’odio che si stava radicando negli uomini era troppo forte e non li abbandonava neppure dopo la morte. I nuovi zombi non rispondevano agli ordini. Finito i riti di resurrezione si erano dimostrati subito irrequieti e indisciplinati, non ascoltavano i comandi e si avventavano su qualsiasi cosa. I vampiri erano stati costretti ad abbattere metà delle loro forze per eliminare quel cancro dai morti. Le guerre che avrebbero dovuto fornire schiere infinite non avevano portato gli effetti sperati. Il materiale corrotto aveva indebolito i lord e ora dovevano trovare cosa fosse riuscito ad instillare un tale sentimento nei vivi.

La dama, di solito splendente e benevola era apparsa affaticata, quasi l’ombra di sé stessa. Il cavaliere aveva riflettuto a lungo sulle parole che gli aveva sussurrato in sogno ed era giunto ad una conclusione. – trova la fonte dell’odio e sradicala prima che tutto quanto c’è di buone ne sia consumato -.

Le divinità si erano mosse. Una instabile alleanza era stata forgiata tra loro ed una forza congiunta di demoni era stata inviata nel mondo materiale per dare la caccia al traditore.

Tutti i capitribù avevano fatto lo stesso sogno. I loro dei li avevano richiamati a ad onorare i giuramenti prestati e nessuno si sarebbe tirato indietro. Le tribù si stavano muovendo alla guerra, ma nessuno sapeva dove fosse il nemico.

 

CAPITOLO XV
L'ombra dell'araldo gravava sulla regione e tutti gli eserciti erano.
Quella notte una figura era apparsa in sogno al prete. Un guerriero imponente dall'armatura dorata gli aveva detto di inviare i migliori cavalieri al fiume e li avrebbe trovato degli alleati. Lo stesso sogno aveva raggiunto il cantamagie, l'unica differenza era l'aspetto del messaggero. All'elfo era apparso un albero secolare dall'immensa saggezza.
Così, spinti dalla profezia, i 2 comandanti si erano incontrati al guado ed avevano rinsaldato antichi legami persi nei secoli. La diffidenza tra le due razze restava, ma la necessità di unire le forze era  impellente. Il prete aveva narrato di incubi che lo avevano spinto ad abbandonare alcuni insediamenti e il sire aveva confermato la presenza di demoni in quei luoghi. - Erano apparsi nella notte, aveva riferito - vomitati fuori dagli edifici sembravano spinti da una fame insaziabile. I suoi esploratori erano stati costretti ad una ritirata ed ora l'orda avanzava verso altri insediamenti.
Anche ai cugini oscuri era apparso il messaggero, ma il tiranno ne aveva riso. Lui voleva sengue e sofferenze, ma soprattutto voleva schiavi e quel posto poteva soddisfare la sua brama.
Qualcosa aveva spinto le bestie su quel passo. Il grosso minotauro non sapeva cosa lo teneva ancorato a quel luogo, ma era certo che non si sarebbe mosso da quella gola. I suoi esploratori gli avevano riferito di una colonna armata in marcia, subito si era rallegrato della cosa, - finalmente avrebbe avuto una cena degna del suo rango, - aveva pensato, ma, una volta appreso che si trattava di elfi, aveva subito maledetto le sue divinità per il terribile scherzo. Sebbene poco motivato dalla prospettiva di quegli essere pelle e ossa aveva spronato i suoi caproni a non cedere un millimetro di terreno e così era stato.
Sconfitto il tiranno si era trovato costretto a ripiegare verso la costa. Qualcuno avrebbe pagato per quell'onta e aveva anche già in mente chi. Quel balestriere in terza fila non aveva centrato un colpo, si meritava di essere scuoiato di fronte a tutti. Questo avrebbe i suoi fedeli elfi.
Il villaggio suscitava interesse. Le sue ombre avevano riportato la notizia di un'orda di demoni in marcia e questa era cosa buona. Il giusto diversivo che gli avrebbe permesso di rinfoltire le sue scorte di schiavi.
Le immonde creature avanzavano da giorni. Insensibili alla stanchezza sapevano che la loro presa sul mondo materiale si faceva sempre più debole, ma prima di scomparire avevano una missione da compiere. Confinati da secoli nel warp ora potevano sfogare tutta la propria violenza. I più potenti fra loro avevano posto un solo limite. Non toccare i figli delle altre divinità e, seppur strano come ordine, nessun demone minore vi avrebbe disobbedito. Il principe demone anelava la battaglia, con una sola vittoria poteva conquistare il favore di tutte e 4 le divinità caotiche, un'opportunità che non poteva perdere, ma che doveva affrettarsi a cogliere.
Le operazioni di evacuazione del borgo procedevano a rilento. L'arcilettore era inquieto. Sentiva la presenza del caos che si avvicinava e sapeva che quello era l'ultimo avamposto ancora in mano imperiale. Presto si sarebbe riunito al resto degli uomini all'interno della fortezza, ma fino a quel momento non poteva permettersi di abbassare la guardia. Un sole rosso sangue aveva salutato il giorno, l'indomani anche l'ultimo reggimento avrebbe abbandonato il borgo, ma la notte aveva portato con se l'acerrimo nemico.
Neppure si era accorto della presenza degli elfi oscuri. L'insediamento era solo un fastidioso inconveniente lungo il suo percorso, ma nulla poteva essere lasciato al caso. Aveva distaccato alcune unità di demoni minori per sincerarsi che l'araldo non fosse in quel luogo sperduto e lui aveva proseguito verso il castello col grosso delle truppe.
La sua malvagia divinità doveva essere soddisfatta dell'operato svolto fino a quel punto. I demoni lo avevano ignorato e anzi, sembravano avanzare al suo fianco verso gli umani. Già pregustava le grida che avrebbero riempito la notte, ma ora si doveva concentrare sull'avanzata.
Le forze rimaste erano esigue, la battaglia aveva raggiunto uno stallo ed ormai l'alba era vicina. L'arcilettore era pronto. L'ultimo assalto era stato respinto, i demoni e gli elfi si stavano riorganizzando, ma al loro ritorno avrebbero trovato solo case vuote.

CAPITOLO XVI
"Al Sergente Ganzus proprio non piaceva la piega presa dagli eventi. A stento i demoni erano stati arginati. Le alleanze si stavano consolidando, ma al Sergente Ganzus la cosa non piaceva comunque.
La missione era iniziata in modo strani. Nani alle porte in cerca di aiuto, il suo Lord disponibile a concederlo. Non morti che si ritiravano da una battaglia già vinta e orecchie a punta che chiedevano alleanze.
Non aveva compreso la necessità di prendere con se un prete e un mago. Persone strane decisamente strane per i suoi standard. Non bevevano, non facevano risse e soprattutto non si affidavano al buon acciaio di una spada per vincere le battaglie.
Strane voci avevano iniziato a circolare circa la presenza sul territorio di un araldo malevolo. Solite dicerie di popolo, pensava il sergente. Una cannonata in fronte e qualsiasi araldo sarebbe tornato a casa con la coda fra le gambe. 
Ormai da mesi la sua guarnigione teneva il forte e nulla aveva penetrato le difese, ma strane nubi si addensavano all'orizzonte.
Gli uomini erano stati tutti richiamati dai presidi esterni. Degli alleati nani non c'erano notizie da settimane. Navi bianche dalle forme affusolate avevano sbarcato un contingente di alti elfi che recava con se notizie nefaste. Non poteva essere altrimenti, rifletteva il veterano di mille battaglie, quei damerini comparivano sempre in tempo di sventura.
Entrando nella sala dove lo attendeva i suoi capitani, Ganzus rifletteva sulla situazione.
- Signori.... La situazione non sembra migliorare anzi - aveva iniziato il sergente, - a nord è stata avvistata un'imponente orda di uomini bestia, a est le nostre truppe hanno rallentato l'avanzata dei demoni e dalle montagne stanno sorgendo sciami di non morti - il silenzio era calato nella sala, interrotto solo da un ritmico CIOMP, CIOMP, CIOMP . all'unisono le teste si erano girate verso Rutto. Il capitano aveva servito al fianco di Ganzus per anni ed era uno dei suoi uomini più fidati, ma proprio non riusciva a perdere quel vizio di masticare gomma, cosa che mandava in bestia il sergente. - MA COME CAZ.@°#ù§ PUOI MASTICARE QUELLA ROBA CON TUTTO QUELLO CHE... MA MANGIA DEL PORCO ......no ringhio non è ora, dopo... - ringhio, la grassa mascotte dei cinghiali di ganzus era un vecchio cane dal pelo arruffato il cui unico pensiero era mangiare. riconosceva poche parole del linguaggio umano e tra queste non c'era il suo nome, ma solo definizioni di cibo. Porco, appunto, era tra le sue preferite. - Bene signori - aveva ripreso Ganzus - no ringhio, specie di cane lardoso, spostati che non è ancora ora - GNAM!!!!!! .... MA PORC... LEVATE STO PULCIOSO DAL MIO STINCO - una cosa che proprio la mascotte non sopportava era di essere richiamato dal sonno e lasciato a stecchetto.
Una volta rientrata l'urgenza "cena ringhio", il gruppo si era trovato costretto ad assecondare il vecchio animale per poterlo staccare dal polpaccio del Sergente, l'incontro era ripreso.
Le cose da valutare erano tante, alleati, nemici, difese, piano d'azione, ma soprattutto la lista della spesa da mandare al Lord con la prossima nave. SI! perchè le scorte di birra eran quasi finite e senza non era certo possibile portare avanti una campagna..."

CAPITOLO XVII
" La strategia era decisa, ora la cosa più importante era convincere gli alleati della bontà del piano.
Ganzus e Rutto, dopo una scorciatoia per le cucine, avevano raggiunto il consiglio di guerra. Il Mago Alto Elfo era già presente col suo seguito, Il Sire Silvano pure. All’altro capo del tavolo il nano ingegnere, lasciato in comando alla squadra che doveva sovrintendere la ristrutturazione della rocca, sedeva arrampicato sull’alto scranno che gli era stato fornito. L’altro capitano imperiale, suo pari in grado, ma sicuramente senza il suo carisma, era in ritardo. Toccava dunque a lui e alla sua dialettica fluente accogliere gli ospiti e organizzare l’incontro.
- signori – aveva iniziato schiarendosi la voce – elfi, nani ed elfi – aveva proseguito sicuro con tono deciso – è con magno piacere che….. CIOMP CIOMP CIOMP… - un rumore ritmico e fastidioso solleticava l’orecchio del sergente e in casi normali l’avrebbe mandato su tutte le furie, ma da quel fine oratore che era, aveva deciso di ignorarlo in questa occasione per la buona riuscita dell’incontro. – dicevamo… signori, elfinanielfi, siamo qui riuniti in questa stanza… CIOMP CIOMP… per… MA QUELL’OSTIA DI UNA GOMMA SAI CHE FINE CI FACCIO FARE ç°*+ù°è£$%... – uno strano silenzio era calato sulla sala, tutti guardavano il sergente mentre stringeva e scuoteva il collo del fido Rutto, ma questo non aveva certo impedito a Ganzus di recuperare il pezzo di gomma masticato dalla cavità orale del suo secondo; - bene, riprendiamo – con una disinvoltura degno di uno scolaretto al primo giorni di scuola il sergente aveva salvato la situazione – dicevamo che siamo in questa stanza per decidere come affrontare i pericoli. Fortunatamente io e il mio valido secondo – a queste parole lo sguardo di tutti era caduto su Rutto, bianco in volto e col respiro ancora affannoso mentre si massaggiava la giugulare – abbiamo pensato a cosa fare! – e con sguardo felice il sergente srotolò una mappa apparsa non si sa da dove e particolarmente spiegazzata. – vedete – disse mostrando delle macchie non ben definite in alcuni punti – questi sono le forze assedianti e vedete – disse indicando della altre macchie che seppur ben identificabili nessuno volle riconoscere – questi siamo noi.
La perplessità cominciavano a leggersi chiaramente sul volto dei partecipanti e proprio mentre le prime domande cominciavano ad uscire il portone d’ingresso della sala si aprì di colpo e il Barone Vitto fece il suo ingresso. Cinereo in volto attraversò lo spazio che lo separava dallo scranno assegnatogli e senza dire una parola prese posto. Il gelo calò nuovamente, interrotto solo da un ritmico CIOMP CIOMP CIOMP, rumore di cui nessuno riuscì ad individuare la provenienza…"

 

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